24 Apr Cadaveri nell’armadio
Il 24 aprile 2013 a Savar, un distretto di Dacca, la capitale del Bangladesh, intorno alle 8,45 del mattino crollò il Rana Plaza, un palazzo di otto piani che ospitava diversi negozi, una banca ed alcune fabbriche tessili impegnate nella realizzazione di capi per grandi firme della moda americana ed europea. Nei giorni precedenti, alcune crepe erano già state registrate: per questo motivo, il giorno del crollo, banca e negozi erano stati evacuati ed erano chiusi. Le aziende tessili no: non potevano fermare la produzione per non rischiare di compromettere i tempi di consegna e non rispettare i contratti.
Nel crollo del Rana Plaza morirono 1134 operai, in prevalenza donne. Tra i cadaveri estratti dalle macerie c’erano anche alcuni bambini: si trovavano nell’edificio perché le mamme non potevano lasciarli altrove.
Dalle indagini emersero che i lavoratori e le lavoratrici di queste fabbriche percepivano un salario che non arrivava a 100 dollari al mese per turni che andavano dalle 12 alle 16 ore al giorno. Sette anni più tardi, è stato stabilito un risarcimento di 200 dollari per ogni lavoratore deceduto, alla condizione che la famiglia potesse identificare il proprio parente tramite il DNA.
“Questa economia uccide.” Papa Francesco, Expo 2015, Milano
Proprio nella settimana che va dal 19 al 25 aprile, la Fashion Revolution Week, è stata lanciata una campagna pubblica per chiedere maggiore trasparenza al mondo della moda, dove milioni di persone in tutto il mondo lavorano spesso in condizioni indignitose per creare i vestiti che indossiamo.
L’episodio del Rana Plaza, ha permesso, purtroppo pagando un costo altissimo, di alzare il velo sul fenomeno del fast fashion.
Vendere più vestiti possibile il più velocemente possibile al maggior numero di persone possibili è l’obiettivo delle grandi imprese tessili, con conseguenze fatali per persone, animali e ambiente. I capi, infatti, sono spesso prodotti in condizioni di lavoro disastrose e con elevato utilizzo di sostanze chimiche. Le microplastiche che vengono rilasciate durante il lavaggio del poliestere (la fibra più usata) finiscono nelle nostre acque e nei nostri campi. Inoltre, montagne di rifiuti di indumenti si ammassano nelle discariche illegali, soprattutto dei paesi più poveri.
Secondo la Banca Mondiale l’industria tessile mondiale raggiunge un valore di 2,4 trilioni di dollari e cresce al ritmo del 4% annuo.
In base ad un interessantissimo studio della Ellen MacArthur Foundation la produzione negli ultimi 15 anni è raddoppiata ma il tempo di utilizzo dei capi si è dimezzato: il consumatore medio acquista il 60% di capi in più, ma li tiene la metà del tempo. Il fast fashion porta al “disposable fashion” (moda usa e getta) ed i consumatori rinunciano ogni anno a 460 miliardi di dollari perché buttano via vestiti ancora indossabili!
Ogni anno, 12,8 milioni di tonnellate di vestiti usati finiscono nei rifiuti. È l’industria tessile quella che produce la maggior parte dei rifiuti di plastica negli oceani.
Un indumento potrà, sì, avere un prezzo basso se ci limitiamo ai 3 o 5 euro che l’abbiamo pagata nel cestino degli sconti. Ma oltre il 90% dei nostri vestiti è prodotto nei paesi coi salari più bassi (Bangladesh, Cina e India). Sicurezza del lavoro e protezione dell’ambiante sono per lo più ignorate. Le sostanze chimiche finiscono nei fiumi, contaminando l’acqua potabile di milioni di persone e animali. Questo è il prezzo effettivo che paghiamo!
Se vogliamo migliorare la nostra vita e quella del mondo che ci circonda, se vogliamo ottenere dei risultati duraturi, etici e sostenibili, c’è bisogno che tutti i soggetti interessati facciano la propria parte. C’è bisogno della politica con regole necessarie. C’è bisogno della scienza e della tecnologia per la scoperta o riscoperta di fibre alternative. C’è bisogno dei media per sviluppare consapevolezza. C’è bisogno di consumatori attenti non solo al prezzo ma anche alla sostenibilità dell’abbigliamento… e dei propri investimenti.
Sì perché potresti magari avere un comportamento attento nei negozi di abbigliamento ma non altrettanto in banca! Capita spesso di investire inconsapevolmente il proprio risparmio nel primo investimento che ti viene proposto finendo per finanziare proprio aziende lontane dai tuoi valori, che non rispettano diritti umani e danneggiano l’ambiente. Questo tuo gesto inconsapevole ti rende complice, inconsapevole ma complice di quanto sta accadendo.
La Finanza Sostenibile non finanzia con il tuo risparmio quelle aziende. Confrontati con un consulente finanziario che abbia la tua stessa sensibilità, i tuoi stessi valori. Selezionando insieme i migliori investimenti sostenibili, potrai ottenere un doppio rendimento: quello finanziario e quello ambientale-umano.
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